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Bimbi contesi tra Sardegna e Spagna, affidamento esclusivo al padre


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Storia

CARLOFORTE, borgo fortificato della Sardegna nella provincia d’Iglesias e isola di s. Pietro, alla sponda del mare, in mezzo il lido orientale, dove è un seno aperto al primo quadrante. È situato nella latitudine 39° 8' 30", e nella longitudine occidentale da Cagliari 0° 50'.

Dall’epoca dubbiosa del suo disertamento all’ottavo lustro del secolo XVIII, tra i quali termini furon molti secoli, fu questa isola senza popolo, ed il solito luogo di agguato per li barbareschi, onde si lasciavano sopra le navi di commercio che vi si avvicinassero, o sopra la Sardegna a desolarne i lidi. Nel 1621 convocavasi in Cagliari un parlamento straordinario per provvedere a certe fortificazioni in questa e nella sua prossima isola di s. Antioco, che poi non si eseguirono (v. il baron Manno, Storia di Sardegna, anno notato).

Ripopolamento dell’isola e fondazione di Carloforte. Nel 1737 ridondando di popolazione la isoletta di Tabarca, che giacesi di fronte all’Africa a non grandi distanze, venne il caso di dover emigrare, e si prese il partito di supplicare Carlo Emanuele di accettare in alcuna delle piccole isole aggiacenti al suo regno alcune centinaja d’uomini. Il re destinò loro l’isola di s. Pietro, e di essa investiva il marchese Della Guardia D. Bernardino Genoves con titolo e dignità di Duca. Mentre si regolavano le franchigie e condizioni dei coloni, e le ragioni del Duca, le quali a nome degli abitanti di Tabarca riconosceva Agostino Tagliafico, un signore genovese (D. Giambattista Segni) proferivasi di aggiungere alla novella colonia la sua famiglia e alcune persone dipendenti. Nel maggio adunque dell’anno 1738 giunsero i coloni Tabarchini, gente tutta originaria e fin allora dipendente dalla Liguria, in numero di più di quattrocento uomini robusti e di bella forma, con abbondante forni-mento di robe, masserizie, arredi per la pescagione, e instrumenti per l’agricoltura, senza i condottivi dal Segni. Si può bene immaginare che fosse allora questa terra. Pertanto diboscatovi uno spazio sufficiente all’uopo, si cominciò a edificare sur una piccola eminenza le case, e insieme un forte, e ad appellare, compostosi con questo il nome del benefico Sovrano, il luogo Carloforte, gli uomini Carolini. A proteggerli dai barbareschi, che si volean rivendicare una stazione opportuna ai loro ladronecci, mandava il vicerè artiglierie e soldati, a farli prosperare li giovava in tutte altre maniere (vedi il chiarissimo baron Manno (anno 1738) che le principali cose di questa colonizzazione egregiamente descrive). Siccome però gli abitanti, che eran gente di mare, poco amavano di restarsene chiusi in quelle roccie, impresero per maggior comodità a formarsi delle baracche sul lido, le quali più volte divorate accidentalmente dalle fiamme, finalmente permetteva il governo si fabbricassero stanze più perdurevoli; ed ora non restano nel-l’antica dimora che poche famiglie, la guarnigione, i condannati al lavoro, ed i prigionieri. Della prima chiesa parrocchiale non sono che le vestigia, e va rovinando la bastita di s. Carlo. Sulla porta della quale ecco quali sensi furon scolpiti in una tavola marmorea:

INHOSPITAM . INSVLAM LABORIOSA . GENTE . EX . AFRICÆ . ORIS . ARCESSITA VRBE . FVNDAMENTIS . ERECTA CVLTA . ET . INCOLIS . FREQVENTATA IN . PISCATIONIS . ET . COMMERCII . PLAGAM FELICITER . CONVERTIT CAROLVS . EMANVEL . REX CAROLI . MARCH . RIVAROL . PROREGIS CONSILIO . SEDVLITATE QVO . REGNO . ET . EXTERIS OPES . PARARET . ET . COMMODVM

E molto veramente il popolamento di quest’isola conferì all’incremento di s. Antioco; e molto al Sulcis, cui furono grandi vantaggi dal commercio con i novelli coloni.

Era il quinto anno dalla istituzione di questa colonia, quando l’isola di Tabarca, che poteva stimarsi inespugnabile a qualunque vigoroso attacco dei barbereschi, cadde in potere dei medesimi per uno stratagemma in tempo che fungeva le veci di governatore un uomo di grande età e di poca prudenza, e furono quanti vi si trovarono portati in ischiavitù, miserevol gente, in massima parte vecchi, donne e fanciulli; chè gli uomini di forza per sorte o per disgrazia ondeggiavan sull’alto a trarne i coralli. Il re Carlo Emanuele restava commosso dalla disgrazia de’ miseri, che perduta aveano la libertà, e dal dolore dei parenti, che perduto aveano i loro cari; e veduto che la repubblica di Genova, cui dovea spettare di procurare la loro salvezza, non se ne dava alcun pensiero, intese a redimerli, e li redense, ricevuti i più in iscambio di schiavi maomettani, gli altri a certa sopramisura per la generosità del Bey Alì. Dai quali (in numero di 120) fu un nuovo incremento a Carloforte (v. all’anno 1750 il sullodato baron Manno). La memoria di questo riscatto con tanta pietà del re, e maggior incremento della colonia, serbasi durevole entro la popolazione per un monumento marmoreo erettovi nel 1788, che è una statua colossale dell’Augusto in paludamento reale e con l’altre insegne della maestà sovrana, cui da un lato un uomo, dall’altro una madre col figliuolino sottogiacciono incatenati. Sorge nel centro della piazza della marina sopra un gran piedestallo a due faccie, del quale è a leggere queste scritte.

A fronte: REGI . CAROLO . EMMANUELI FORTISSIMO . PRINCIPI OB . EXIMIAM . CLEMENTIAM QVA . TABRACANOS . METV . AFRICANÆ . SERVITVTIS . EXTORRES CASTRO . SVI . NOMINIS . CAROLINOS IN . INSVLA . SANCTI . PETRI . EXTRVCTO IN . FIDEM . RECEPIT ET . MVNERIBVS . AC . PRIVILEGIIS . ORNATOS IMMVNES . AB . OMNI . TRIBVTO . DIV . SERVAVIT COLONIA . TABRACANA CONDITORI . SVO ET . ALBERTVS . GENOVESIVS DVX . INSVLÆ MONVMENTVM . EX . SOLIDO . MARMORE FIERI . CENSVERVNT ANGELO . SOLARO . PROREGE

A tergo: REGI . CAROLO . EMMANVELI PIO . FELICI . AVGVSTO . PATRI . COLONIÆ . TABRACANÆ QVOD . CETEROS . TABRACÆ . INCOLAS A . BARBARIS . E . PATRIÆ . SINV . IN . VINCVLA . ABREPTOS DIVQVE . MISERA . SERVITVTE . PRESSOS MISSO . TVNETVM . VIRO . DILIGENTISSIMO REDIMENDOS . CVRAVERIT ATQVE . HIC . CVM . SVIS . DEGERE . INDVLSERIT GENS . VNIVERSA ET . ALBERTVS . GENOVESIVS DUX . INSULÆ . SANCTI . PETRI STATVAM . ET . SIMVLACRA . SERVITVTIS . RELEVATÆ CVM . TITVLIS . ET . OMNI . ORNAMENTO FECERVNT . AN . MDCCLXXXIII CAROLO . FRANCISCO . THAONE . PROREGE

Nel 1793 i carolini non parteciparono della gloria, che gli altri sardi si ebbero per la fedeltà al re e per le maravigliose prove, con cui essa fu testata. Non avendo consentito, che il comandante De-Nobilis facesse resistenza, non che si offrissero di ajutarlo, questi, inchiodato i cannoni del castello, ritirossi in Sardegna con la guarnigione; ed i francesi vi entrarono addì 7 gennajo. La impresa, che prima fecero quei repubblicani, fu di abbattere e seppellir nel lido la statua del gran Carlo, vedendo nè potendo impedirlo essi, nei quali erano state conferite tante grazie. Senza la quale furono loro altre cause di dolore e di vergogna da non rammemorarsi. Ma infine, dopo pochi mesi, soprassaliti i francesi da D. Luigi Borgia forte di tutte l’armi del re cattolico prima in s. Antioco poco dopo nell’isola, furono beati i carolini di ritornare sotto la paterna autorità del re di Sardegna, e pronti a restituire nel-l’antico seggio il monumento del generosissimo loro benefattore.

Nel 1798 patì Carloforte una sventura grandissima. Ingannatisi i popolani su di certi bastimenti mareggianti da alcuni giorni presso la lor isola, furono nella mattina del 4 settembre sorpresi, mentre erano ancora nel sonno, dai tunisini, che il Rais Mahemet avea nella notte posti in terra a distanza di due miglia dal-l’abitato. Invase gli animi un orribile spavento; fu una scena di violenza, di pietà, di virtù, di brutalità da non potersi descrivere. Pochi nell’assalto improvviso si ritennero l’animo e le forze, i più erano avviliti dal terrore, e se ne videro delle greggie spingersi al mare da pochi barbari. Intanto gli altri senza contrasto saccheggiavan le case, e preso quant’eravi di più prezioso, il resto guastavano e mettevan in rovina. Si caricarono i legni di 933 carolini, e si addissero in Tunisi al servigio. L’altra metà della popolazione evitò destino così tristo per esser involatisi con la fuga nel monte o nella casa del console francese, o stati salvati da alcuni valorosi; i più, essi erano gli uomini più forti, trova-tisi nell’alto alla pesca. Durò questa schiavitù per 5 anni, dopo i quali Vittorio Emanuele avuto la somma necessaria li ricomprava. Quel tristo accidente consigliò maggiori cautele, e la popolazione fu circonvallata da una muraglia fuorchè sul lido, dove drizzossi una batteria a fior d’acqua. A maggior difesa si edificarono nella linea della medesima sei fortini, e si forniva di tutto il necessario la torre di s. Vittorio sullo spalmatore di dentro a mezzo miglio dalla popolazione, luogo nell’addietro ben conosciuto ai barbari.

L’abitato presentasi sul lido in bell’aspetto per certa regolarità nelle strade coperte a ciottoli e di giusta ampiezza, e per le due piazze, una nella marina col monumento di Carlo Emanuele III, l’altra quadrata nel centro del paese. Le case son ben costrutte, parecchie con piano superiore, e molte tra esse di bella forma. La pulitezza delle medesime nell’interno è da lodare. Generalmente curasi certa eleganza, e amasi molta morbidezza ne’ letti.

Nel 1834 vi si numeravano anime 2935 nella distinzione di maschi 1468, di femmine 1467, e si calcolavano nell’anno nati 100, morti 50, matrimoni 15.

Il clima è caldo anzi che no, le pioggie vi sono scarse, e spesso in tanto, che non si riempissero i due cisternoni, da cui beve la popolazione, e fosse necessità portar l’acqua dalla Sardegna, o servirsi delle molte piccole sorgenti dell’isole, che hanno del salmastro. L’aria nel paese è buona, però in qualche stagione patisce alquanta impurezza dai miasmi dei prossimi stagni; nelle altre parti dell’isola sono dei luoghi insalubri, massime intorno agli stagni di Cala-vinagra e del Pescietto, e presso altre acque ferme. Non pertanto godesi generalmente buona salute, molta robustezza, cui soglion essere belle forme e molta vivacità principalmente nelle donne. Le malattie ordinarie sono d’infiammazioni e periodiche, ecc. Un medico, un chirurgo ed uno speziale soccorreli in questi e in altri morbi più rari.

Sono i carolini una gente molto industriosa. Per la quale singolare attività hanno riparato alle perdite patite nelle incursioni dei barbareschi, e sanno provvedere alla propria sussistenza in una terra naturalmente sterile. In che molto ancora conservano della loro origine. Li vedresti sulle barchette ora andar a strappar i coralli, ora a ricercar gli sciami nuotanti delle sardelle e delle alici. Dai primi di maggio agli ultimi dì di giugno tu ne troveresti circa quattrocento nelle tonnare, dove i più abili sono posti alla direzione della pesca col titolo di Rais, gli altri con altri nomi in altri uffizi lavorano studiosamente. Nei mesi dell’estate non si riposano, anzi si applicano e grandi e piccoli alle diverse operazioni del salificio. Intanto degli altri questi vanno a formar delle pianelle dalle pietre di taglio, che poi spediscono in Cagliari e altrove, quelli portansi sul Capo Rosso in distanza di 7 miglia a ponente, nel qual promontorio trovansi in copia dei minerali atti alla formazione dei colori, che metton in vendita, chi va alla caccia dei pesci, chi trattienesi a coltivare i poderi. In breve essi s’impiegano in tutto, e tutti fan di tutto. Oh se non ricusassero di allontanarsi un poco dai loro lidi, e studiassero al commercio, di quante ricchezze abbonderebbero! Ma in questo riguardo essi smentiscono la loro origine. Altrettanta buona volontà di lavorare è notata nelle donne; ma spesso manca alle medesime la materia. La dolcezza dei lor costumi è tale, che non si ha l’esempio d’un sol processo criminale. Sono niente curiosi dei fatti altrui, nè molto attendono a’ riguardi che in altri paesi violentano gli animi. Le persone di prima classe vestono all’italiana, le altre alla moda de’ rivieraschi. Il linguaggio è pretto genovese. Si sogliono divertire al bigliardo, alle palle, al bersaglio con arma da fuoco o con pietre, proposto un gallo. Nel qual gioco dassi per ogni tiro certa moneta al padrone; ma egli deve cederlo a chi lo ammazzi.

Professione de’ carolini. Sebbene da pochi tuttavolta si esercitano molte arti, essendo forse più di 150 persone tra orefici, ferrari, sartori, calzolai, falegnami, bottari, muratori, tagliatori di pietra, mastri di barche, calafatti ecc. La principal professione però è la marineria, e sono 509 marinai matricolati, 9 padroni patentati, 102 mozzi. Si hanno barche da costa 36, tra le quali alcuni piccoli 600; barche pescareccie, dette piroghe, 30 montate da 90 uomini. Sono poi da annoverare negozianti e mercanti 14, basariotti o pizzicagnoli 8, locandieri 3, beccari 3. Gran numero di fanciulle torcono il filetto per le reti delle tonnare, e molte donne si occupano nel panificio per la popolazione e per provvista delle barche. Risiede in Carloforte un comandante e un ajutante maggiore di piazza, un capitano del porto, un deputato di sanità, un comandante della guarnigione, ecc. Un capitano di giustizia è postovi a far ragione. Alla primaria istruzione attende un sacerdote dello stesso luogo, e la scuola suol esser frequentata da 50 a 60 fanciulli, molti dei quali passano poi allo studio della grammatica latina.

Questo popolo è sotto la giurisdizione spirituale del vescovo Sulcitano. La chiesa parrocchiale appellasi da s. Carlo Borromeo, ed è governata da un vicario con l’assistenza d’un altro prete. Sono tre chiese figliali, una dentro il popolato, l’altre fuori. La prima è un bell’oratorio dedicato alla N. D. nella sua Concezione, che appartiene alla nobil famiglia Segni. Il simulacro, che vi si adora, dicesi ritrovato miracolosamente nelle terre di Tunisi da uno schiavo carolino, da lui consegnato a un prete della detta famiglia parimente schiavo, e da questi reduce in patria onorato di un bell’altare. L’altra dedicata all’apostolo s. Pietro nel padronaggio della nobil famiglia Porcile. Dista dalla popolazione un quarto di miglio. La terza sotto l’invocazione dell’apostolo s. Giacomo Maggiore, in cui ha dritto la casa Mongiardino, è lontana di un miglio e mezzo. È molto conosciuta la religiosità dei carolini.

Il territorio dell’isola si calcola di circa 16 miglia quadrate. Esso è un ammasso di scoscese rupi, di piccole e aspre colline sparse di macchie, onde provvedesi la popolazione pel fuoco, e di alcuni pineti, di cui si provvedono gli abitanti per la costruzione dei loro piccoli battelli. Il suo aspetto geologico dalla parte di levante dà a conoscere essere stata questa terra in continuazione di quella di s. Antioco. Nella qual costa vedonsi delle sostanze vulcaniche che ne paiono esser procedute da grandi masse di porfido silicioso, che tagliate verticalmente, presentano informi e grossolane colonne. La base è coperta dalle acque del mare; le facce de’ prismi, le cui teste sono sulla massa argillosa, sono distinte da una bella tinta rosa ramificata sovente per dendriti. Dicesi vi si trovi in abbondanza il manganese, in Cala-vinagra un filone di ferro secondo le apparenze assai considerabile; nella regione denominata il Becco, il diaspro sanguigno; e in varie parti delle ottime terre per majoliche secondo sperimenti di persone perite.

Comechè la natura di questo terreno sia tale, che poco vi possa valere l’agricoltura, non pertanto i carolini per l’indefesso studio ottengon alcun profitto. Si coltivano molte specie di erbe e frutta ortensi e i pomi di terra; si seminano lenticchie, piselli, ceci, fagiuoli, ma in poca quantità, e tutto consumasi ancor tenero. Di grano accade spesso raccoglier meno, che erasi dato; e quando il cielo prosperi i seminati, non si procaccia più che al bisogno di tre soli mesi: l’orzo si dà in erba a’ buoi. Le viti vegetano benissimo, le uve sono delle varietà comuni dell’isola madre; il prodotto n’è copioso, ma tenue il vantaggio, che posson trarne i coltivatori in tanta viltà dei prezzi. Le specie de’ fruttiferi sono in grandissima quantità fichi e mandorli, in minore gelsi, olivi, albicocchi, susini, peri, pomi e alquanti alberi di agrumi, ciriegi e meligrani.

Mancando i pascoli non si possono educare che alcune centinaja di pecore e i buoi necessari per l’agricoltura, che si comprano dal Sulcis, onde pur si provvede alla beccheria.

La caccia è ristretta ai conigli. Quando il Tagliafico vi condusse la colonia, erane la generazione così numerosa, che per instare che s’instesse in sul farne strage, non si notò una diminuzion di numero. Continuossi la guerra, e sebbene ogni anno se ne uccidano delle migliaja, tuttavolta temo non si riesca ad annientarli, che nel fesso delle roccie e tra le pietre essi hanno dei covili sicuri. Da essi è un gravissimo danno, però che rodendo le tenere gemme delle viti tolgon li frutti di tre anni. Le pernici sono in gran copia. Nella primavera veggonsi di passaggio molte specie di volatili; però non vi soggiornano che i passeri e i cardellini.

Acque. Sono, come si è accennato, molte sorgenti nell’isola, ma somministran acque poco salubri. Esse vanno a riunirsi in alcuni fiumicini, tre de’ quali vanno nel gran mare; il quarto nel bacino del Pescetto, la cui ridondanza scorre in altra palude, che sgravasi nel mar di levante.

Stagni. Sono in questa superficie alcuni stagni, dei quali i più noti per la depravazione dell’aria sono quelli di Cala-vinagra e del Pescetto. Il primo che poco dista dal seno così detto era per l’addietro più esteso; ora è ristretto in un cratere di star. 3, avendo i coltivatori in parte colmatolo. L’altro che trovasi alla parte meridionale dell’isola un po’ lungi dal mare, siccome nacque dalle alluvioni, così se si scavasse uno sfogo, potrebbe asciugarsi con vantaggio dell’agricoltura e bonificamento dell’aria. Senza questi trovansi all’ostro del paese, lo stagno delle regie saline, che opprime un tratto capace di più di star. 100; lo stagno de’ muggini, così denominato dalla specie dei pesci che vi nuotano nell’area, di star. 8, con fauce al mare per levar quanto sia necessario a nutrir le saline; quello della Vivagna con superficie di star. 20, con l’altro dei Pescetti sur una terra di star. 75, nei quali riposano acque di alluvione. In questi usavano già molte anitre.

Saline. La loro posizione è maravigliosa, il suolo molto adatto, il clima felicissimo per le rare piogge. La superficie salifera divisa in 40 caselloni si può calcolare di ari 1200 incirca, quantità eguale all’area della gran salina di Cagliari nella Palma. Non essendo stata mai curata, cresciuta la fanghiglia, e mancando ancora le macchine idrauliche, si dee soggiacere ad un fortissimo dispendio. La solita quantità del prodotto è di circa 10 mila salme metriche, di rado essendo accaduto di accumularne il doppio. Il sale è assai cristallizzato, ma, come generalmente esser sogliono i sali della Francia, alquanto deliquescenti; nel qual riguardo sono inferiori ai sali cagliaritani del recente stabilimento, e lo sono pure in quest’altro, che perdono l’amarezza più tardi di quelli, che se ne spogliano affatto dopo un anno.

Pesca. Abbonda il mare vicino di ottimi pesci, e principalmente di tonni, sardelle, alici. Indi è una non piccola parte del nutrimento di quei popolani e del lucro, chè ne portano talvolta anche in Cagliari.

Tonnare. Cala-vinagra. Questo regio stabilimento trovasi nel littorale di ponente. Dal suo affitto solea venire in altri tempi all’erario da 15 in 20 mila lire nuove, chè prendeva li 3000 o 4000 pesci, e grandissimo numero di alelunghe se soffiavano i ponenti, e non vi si volgea il filo di alcuna corrente a impedir la pesca. Ora sono alcuni anni che niente ricevesi, chè le perdite patite da altri mettono in altri timore di egual sorte, e però nessuno imprende a calarla. Quindi va tutto distruggendosi.

Isola-piana. Era questa la seconda tonnara del regno, ed il marchese di Villamarina, che n’è il proprietario, ebbe da questa grand’incremento nelle sue cose. Vi si pescò talvolta fino a 30,000 tonni, dei quali alcuni pesavano le libbre sarde 1000, altri 1200, e si ricavò più di centomila lire nuove. Tanta copia venne a poco a poco scemando, così che in questi ultimi anni non si prese più d’un migliajo di pesci, di che vuolsi causa la frequenza dei levanti, che disserrano i pesci. Ma perchè sarà pur accaduta variazione nel tempo della pesca? Prima faceasi mattanza verso il 10 di maggio, ora non si hanno pesci nelle camere che sulla fine del mese, e si augura bene quando cominciano a raccogliervisi circa il 20, o 25.

Littorale. La sua linea si computa di 18 e più miglia, nella quale a tutte le altre parti, fuorchè alla orientale, non si trovano dei seni sicuri a stazione di navi, che il gran mare vi volge con furia le onde per li frequenti maestrali e ponenti. Tre sono li notevoli angoli o capi di quest’isola, uno a ponente con un grande scoglio alla distanza di mezzo miglio. La sua denominazione è di Capo-Rosso, e trovasi alla lat. 39°, 10', e longitudine occidentale da Cagliari 0°, 55'. L’altro è contro all’austro e dicesi Capo delle colonne da quella sorte di prismi soprapposti, di cui si fe’ cenno, la cui giacitura è determinata alla latitudine 39°, 6'; la longitudine occidentale a 0°, 50'. Il terzo dicesi la Punta incontro al settentrione alla latitudine 39°, 12', e longitudine occidentale 0°, 49'. Quasi al suo levante in distanza di mezzo miglio è la Isola-piana: così detta dalla sua superficie. La sua figura assomiglia alla circolare in una linea di due miglia scarse. È incolta, cinta di roccie a tutte parti, salvo il lato, dov’è lo stabilimento della tonnara, e presenta le stesse condizioni geologiche della costa orientale di s. Pietro. Vicinissima a questa è l’isoletta de’ toppi.

Golfo e porto di Carloforte. Vienesi in questo golfo da tramontana e da mezzogiorno; da quella parte sono due passaggi, uno tra la Punta di s. Pietro e l’Isolapiana, dove è permesso passare solo a legni che peschin pochissimo; altro tra l’Isola-piana e Porto-Scuso, largo circa le 4 miglia e profondo, ma dalle maggiori navi evitato per alcune secche, in cui si potrebbe facilmente inciampare: da questa parte è il canale tra s. Antioco e S. Pietro largo due miglia, ma ben profondo. Per tutto all’intorno di detto golfo sono buonissimi porti per li bastimenti mercantili, e sicure stazioni sotto la torre dell’Isola-piana, e in tutta la costa orientale di s. Pietro.

Il porto di Carloforte formasi da un piccol promontorio, che sporge dalla linea di levante a sirocco della popolazione e a distanza di mezzo miglio. Nella stagione della pesca dei tonni vi è grande influenza di forestieri, come pure in quella dei coralli e delle sardelle e alici. Il commercio di Carloforte è ristretto a pochi oggetti, e si suol fare coi genovesi.

Antichità. Dicevasi quest’isola da’ greci Hieraconnesos, dai latini insula accipitorum. I cartaginesi ed i romani vi ebbero stanza, come pare lecito argomentare dalle tombe, che si scoprirono, dalle monete puniche e romane, che vi ri ritrovarono, da altri oggetti di quella antichità, e dalle vestigie di antichi edifizi presso la chiesa di s. Pietro. Nel sito detto Briccu distante circa un quarto d’ora, dicesi siano visibili le rovine d’un castello, presso al quale scoprivasi un pozzo pieno di palle di pietra.

Uomini illustri. I carolini si lodano di aver prodotto alla Sardegna un buon capitano di mare ed un bravo letterato. Il primo ei sarebbe D. Vittorio Porcile, il secondo il padre Tommaso Napoli delle scuole pie. Consulta il Caboni nei suoi ritratti poetico-storici di alcuni sardi illustri moderni.

Il ducato dell’isola di s. Pietro, estinta la linea dei Genoves, fu riunito al regio Demanio. I carolini non pagano alcun dritto diretto.